Fin dall'inizio si è al centro dell'azione, situazione questa che rimane fino all'ultima pagina. Come da tradizione per Dan Brown, il finale non arriva proprio alla fine ma almeno una decina di pagine prima. L'aspetto che mi ha (forse più) deluso è, infatti, proprio la conclusione: la storia termina in modo piuttosto ovvio, che non lascia spazio a chissà quali altri dubbi o sconvolgimenti dell'ultimo minuto. Peccato.
Robert Langdon si sveglia in un letto di ospedale, non sa dove si trova, non sa cosa gli è successo e nemmeno da quanto tempo si trova lì. Ancora sedato assiste alla morte di uno dei due medici che lo stavano assistendo mentre la dottoressa, una giovane ragazza bionda, lo aiuta a scappare. Nella mente ha solo immagini mostruose ma nessun ricordo delle ultime giornate. Scopre di trovarsi a Firenze e trova nella tasca interna della sua classica giacca di tweed un oggetto misterioso che rimanda all"Inferno" di Dante Alighieri. Sa che qualcuno - o più di qualcuno - vuole ucciderlo, ma non ne conosce il motivo. Cos'è successo? Nel cercare di ricostruire gli ultimi giorni, scopre di essere accusato di furto e che l'umanità stessa sembra essere davanti ad una precisa data, segnata su un calendario, come un punto di non ritorno.
Dan Brown si conferma un buon intrattenitore, dalla penna semplice ed efficace, anche se - dal mio punto di vista - eccessivamente descrittiva a discapito, invece, della trama. Gli Italiani - e l'Italia stessa - non ci fanno proprio una splendida figura: inetti, caotici, lasciano tutto al caso e che a risolvere un problema sia sempre qualcun'altro, ma soprattutto non si curano dei propri beni (cosa, peraltro fin troppo dolorosamente veritiera). Tuttavia, forse perché saturo di aspettative, ma rivedere Langdon nei panni di uno sbiadito 007 delude un po'.
Voto: *** su 5

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